giovedì 10 febbraio 2022

"Non c'è mai errore nella verità"

Centenario della morte di Giovanni Verga



Immagine tratta dal web
Raccontare la verità è sempre più difficile che dire una bugia. Ma resta l'unico modo per non alterare la realtà, accettare la vita e parlare utilizzando tutti le stesse parole, senza veli di inganno o illusione. Così per com'è. Raccontare la verità è un'arte complessa, superiore, di certo non da tutti. Eppure è la cosa più semplice che si possa fare, non necessita di grande fantasia così come non ha bisogno di eleganti e di bella vista costruzioni tutt'intorno.
Raccontare la verità, così per com'è, senza doverla adattare a ciò che si vuole vedere, senza doverla cambiare nei tratti che non si accettano. La ricerca delle giuste parole per farlo diventa dunque attenta, perché ciò che si racconta appartiene a tutti, non esclude alcun uomo, lo accoglie in abbraccio e crudamente gli confessa di star vivendo la stessa difficile vita.
Verità, dunque vero. Dunque.... Verismo.
Sono trascorsi esattamente cento anni dal 27 gennaio 1922, data in cui si spense Giovanni Verga, grande scrittore italiano nonché fondatore del Verismo in Italia. Ciò che riuscì a raccontare, denunciando la realtà del suo tempo, con le parole sempre giuste e le storie solo veritiere, oggi trova ancora immensa attualità, è rimasto reale e resta un valido mezzo letterario per parlare del vero, della vita, delle difficoltà.
Famosa e rinomata com'è, l'opera di cui voglio parlarvi sono certa sia già a vostra conoscenza, ma l'ho scelta, in occasione del Centenario del suo autore, perché non ha risentito del tempo trascorso dalla sua prima pubblicazione (1878) ad oggi e i temi trattati tra le sue righe sono ancora una piaga della nostra società nonostante siano già stati fatti grandi passi in avanti.
A parole mie, brevemente, ve la racconto...
Rosso Malpelo
Se è vero che la Letteratura non muore e non si sciupa col tempo, è allora vero che è possibile applicarne suoi punti di vista e filosofie di pensiero anche al presente. E dunque potrebbe ritenersi possibile partire da un concetto, che è anche un contemporaneo aforisma: "i soldi non fanno la felicità" e come primo passo è necessario smontare quanto appena detto. Le condizioni difficili, dure e tutt'altro che serene, della quotidianità di Malpelo testimoniano quanto uno stato di povertà e bisogno possa incidere persino sulla felicità di un contesto familiare ed eliminarne ogni forma d'affetto. A prevalere sono le difficoltà e i sensi entrambi di sacrificio e responsabilità, sopravvenuti in Malpelo alla morte del padre, unica figura tra l'altro in grado di dimostrargli affetto senza mai tralasciare l'insegnamento e la predisposizione ad una vita sacrificata.
Mal visto com'era, Malpelo, una volta persa la sua unica guida nonché àncora, pone ogni suo atteggiamento come una sorta di difesa dal prossimo come compagno di lavoro o datore di lavoro, e dalla società in linea ampia e generale che lo ha sempre emarginato, deriso e ripudiato per le sue sembianze poco tipiche del territorio siciliano. Con una madre assente e per la quale costituiva solo una fonte di reddito, quando non lo era di guai, e una sorella già moglie e quindi un po' lontana dagli interessi familiari, Malpelo era certo di non mancare a nessuno in caso di sua scomparsa e, ritenendo superflua la sua presenza in casa, preferiva trascorrere il suo tempo al buio in miniera dov'era nato e dov'era consapevole avrebbe consumato il suo ultimo respiro.
Fortuna o sfortuna, la sorte gli aveva concesso un amico, o qualcuno da tenere in custodia sott'ala, per meglio dire, lasciando che diventasse per Malpelo la cosa più simile ad una famiglia. Non siamo altro che spugne: assorbiamo ciò che ci viene dato, ed è certo che se si tratta d'acqua è impossibile essere pieni di vino. Malpelo era pieno d'odio, aveva ricevuto botte a dismisura e, nonostante la sua tenera età, s'era fatto la pelle dura ché la sventura lui la conosceva già bene. Che amore poteva regalare a Ranocchio? Fece come poté e gli insegnò il senso della vita, che era per lui solo condanna che non si era scelto e per la quale era responsabile per il fatto stesso d'esser nato. Gli mostrava il dolore e non perdeva occasione per renderlo forte e senza paura. È altrettanto vero, se dobbiamo dirla tutta, che a suo modo Malpelo voleva bene a Ranocchio e più che compassione era evidente si trattasse proprio di cura e affetto. Perdere anche lui fu un pesante colpo da incassare, l'ultimo prima di fare la fine del padre e di altri uomini sventurati e impotenti davanti ad un destino che non si cambia: nella povertà e nello sfruttamento si nasce e lì stesso si muore.
Verga questo lo disegna con penna nera e tratti crudi e decisi, e lascia che sia il lettore a coglierne il vero e l'insegnamento da Malpelo. Il finale è indiretto e chiuso, come il senso di quella vita d'altronde, e del piccolo diavoletto rosso altro non resta che in novella un breve racconto.”
La morale lascio siate voi a coglierla, certa che non sbaglierete nell'interpretarla... Perché d'altronde, come Verga ci insegna, non c'è mai errore nella verità.
 
 


Maria Virginia Consales – Classe 5^ S1